Renzi senza FI sulle riforme non va da nessuna parte. O se ci va è sbagliata

Al direttore - C’è proprio da sorridere ripensando alle invettive rivolte a Berlusconi, accusato di essere un imbonitore delle masse e un venditore di fumo. Renzi da questo punto di vista è impareggiabile. Aveva promesso la riforma elettorale entro il 25 maggio (una data a caso), e il progetto (se così può chiamarsi) giace su un binario morto al Senato. Aveva replicato all’iniziativa presidenzialista del presidente Berlusconi dicendo che si sarebbe fatta dopo la riforma del Senato e il governo in commissione, per bocca della ministra Boschi, ha dato invece parere contrario a questa soluzione. di Renato Brunetta capogruppo di Forza Italia alla Camera
16 AGO 20
Immagine di Renzi senza FI sulle riforme non va da nessuna parte. O se ci va è sbagliata
Al direttore - C’è proprio da sorridere ripensando alle invettive rivolte a Berlusconi, accusato di essere un imbonitore delle masse e un venditore di fumo. Renzi da questo punto di vista è impareggiabile. Aveva promesso la riforma elettorale entro il 25 maggio (una data a caso), e il progetto (se così può chiamarsi) giace su un binario morto al Senato. Aveva replicato all’iniziativa presidenzialista del presidente Berlusconi dicendo che si sarebbe fatta dopo la riforma del Senato e il governo in commissione, per bocca della ministra Boschi, ha dato invece parere contrario a questa soluzione. Il presidente del Consiglio si vanta di aver stracciato gli oppositori del cambiamento e aver incassato una prima approvazione della riforma costituzionale in commissione, mentre la verità è che dalla commissione è uscito un voto indecifrabile e contraddittorio, mentre la cosa certa è che ci sono esponenti di ogni partito, persino il suo, che alla sua riforma fanno mancare il proprio sostegno.
Minimizzare quanto accaduto in commissione Affari costituzionali del Senato non è furbizia politica: è incosciente autolesionismo. Così Renzi va a sbattere e l’Italia con lui. Come ricorda il senatore Calderoli, che non è né uno che passava di lì per caso, né una matricola del Parlamento, ma il relatore della riforma e, a detta di molti, uno dei parlamentari più esperti di regolamento, votare un testo base che contraddice, in più punti essenziali, un ordine del giorno approvato qualche ora prima è giuridicamente un assurdo e politicamente una vergogna. Sarà un po’ difficile conciliare la volontà di un Senato i cui membri sono democraticamente eletti in ciascuna regione in proporzione alla popolazione (come richiede l’ordine del giorno Calderoli), con un Senato a elezione indiretta e che determina un appiattimento ingiustificato tra regioni grandi e piccole, e che comprende al suo interno ben ventuno membri scelti dal presidente della Repubblica (come richiede il testo base del governo, esclusi invece dall’odg Calderoli); così come sarà arduo conciliare la richiesta, contenuta all’interno dell’ordine del giorno, di una “clausola di supremazia” statale attenuata e una spinta propulsiva al federalismo, con un sistema di competenze proposto dal testo governativo che in pratica riconduce il riparto di competenze a quello antecedente la riforma del 2001.

Per neutralizzare il mostrum risultante da queste votazioni schizofreniche qualche senatore ha anche dichiarato che avrebbe votato il testo base del governo, intendendolo modificato nel senso dell’ordine del giorno Calderoli. Se a questo si aggiunge che le due votazioni sono frutto di maggioranze diverse (non maggioranze variabili, ma maggioranze che si elidono reciprocamente) il risultato è il caos. Solo un Gian Burrasca che sfida la sorte sperando di non essere mai beccato con le mani nella marmellata può twittare vittoria dopo una vicenda simile. La verità, a voler essere generosi, è che dalla commissione non è uscito nulla, o meglio tutto e il suo contrario; Renzi sulle riforme, senza Forza Italia, non va da nessuna parte e, nel merito, il quadro riformatore che viene fuori da questi goffi tentativi è, come ha ricordato il presidente Berlusconi sul Corriere della Sera, con linguaggio più elegante del mio, una mappazza indigeribile. Per non parlare del combinato disposto del testo governativo con le ulteriori riforme in discussione e le altre (ahimè!) approvate. Mi riferisco in particolare alla riforma Delrio di riassetto degli enti territoriali che, oltre ad aver sottratto alla rappresentanza democratica province e città metropolitane, ha introdotto elementi di ulteriore caos normativo che destabilizzano il nostro sistema istituzionale regionale e locale, quando, tra l’altro, già si annunciava “una più complessiva riforma delle istituzioni”. Perché sembra che non si sia dato abbastanza peso a quanto approvato: cosa accadrà, ad esempio, alle regioni che hanno al loro interno una città metropolitana, che di fatto rappresenta necessariamente il fulcro della regione stessa, che viene quindi svuotata della sua parte più importante? Allora riformiamo anche le regioni! Non solo le competenze, ma anche il loro assetto più generale, anche nei confini territoriali. No, quello non si può fare: si tocca la Costituzione solo per il bicameralismo, riparto di competenze, Cnel. Renzi deve fare il suo compitino per casa: non ha visione, non ha lungimiranza, tratta il sistema istituzionale del paese come un giocattolino. Non si può pensare di fare una riforma seria senza prendere in considerazione l’intero impianto costituzionale: la forma di governo, i poteri del premier e del presidente della Repubblica, il sistema di garanzie.

[**Video_box_2**]E passiamo all’altra nota dolente: l’Italicum. Come può una forza politica che vuole dirsi “riformatrice” affrontare il tema della legge elettorale in questo modo? Con un sistema vigente incostituzionale, e una proposta di legge approvata da un ramo del Parlamento ma insabbiata al Senato, ostaggio di un fuoco incrociato tra piccoli partiti e correnti del Partito democratico che compongono la pasticciata maggioranza di governo? E’ chiaro dunque perché il presidente Berlusconi nella sua lettera al Corriere della Sera abbia rilanciato il presidenzialismo come soluzione che creerebbe il necessario contrappeso a questa deriva localista e al caos organizzativo, consentendo con un’elezione popolare diretta all’insieme del popolo sovrano di esprimersi con una scelta squisitamente nazionale e unitaria. Allora la domanda è: Renzi c’è o ci fa? Perché se c’è bisogna preoccuparsi per l’Italia e cercare di correre ai ripari il prima possibile. Se ci fa, bisogna che si renda conto che così né lui, né l’Italia vanno da nessuna parte. Con questo esordio, il fallimento della riforma è una certezza. Un pessimo testo dato in pasto a una gestione così incosciente non può finire da nessuna parte. Ed è anche meglio così.

Il presidente Berlusconi e Forza Italia hanno dimostrato in questi mesi un grande senso di responsabilità (fin troppa!), accettando perfino l’ipocrisia di insulti pubblici accompagnati da disperate richieste di aiuto in privato. Ma la pazienza ha un limite. Usque tandem Matteo? Se le riforme le vogliamo fare davvero (come Berlusconi fece nel 2005), e non vendere fumo agli italiani, c’è bisogno di mettere da parte la doppiezza, smetterla con vizi privati e pubbliche virtù, e sottoscrivere un patto vero in cui, tra avversari, ci si riconosce come attori di pari dignità nel riscrivere una parte importante della nostra Carta. Persino Letta, quando stava sereno, insieme al ministro Quagliariello, concepirono un processo di riforma in cui alle parti veniva riconosciuta pari dignità, malgrado un premio di maggioranza dichiarato illegittimo, che droga la rappresentanza di chi ha vinto per poche decine di migliaia di voti.
Questo Parlamento è politicamente delegittimato. L’unico modo di andare avanti è consacrare un accordo tra le principali forze politiche che attenui quella delegittimazione con la forza dei numeri reali e restituisca al paese un po’ di onestà intellettuale. Le maggioranze che si elidono non sono la risposta, sono l’avventura. Un’avventura disastrosa.

di Renato Brunetta
capogruppo di Forza Italia alla Camera